martedì 23 gennaio 2018

Del sublime, delle Dolomiti....e di altre montagne

Lo Schiara - foto di Ottorino Mazzucco


Quando noi partiamo per un viaggio siamo già di per se stessi predisposti all’entusiasmo per la meta che stiamo raggiungendo, rapiti da un senso di curiosità e di scoperta di nuovi luoghi diversi dal nostro vivere quotidiano. La felicità che ci accompagna sfocia molto spesso nello stupore quando davanti ai nostri occhi si celano quei luoghi tanto sognati magari visti solo in cartolina, in qualche depliants o in alcuni siti web di settore.
Magari in qualche modo siamo già preparati a quel che ci aspetta, e succede pure che talvolta ci si trovi davanti a situazioni e scenari che risultano sotto le nostre aspettative, proprio perché illusi da quelle immagini che ci avevano spinto a scegliere questa piuttosto di quell’altra meta, rivelata nella realtà dei fatti diversa da come ce l’ aspettavamo.
L’arte di viaggiare, perché è di questo ora che stiamo parlando, pone una serie di interrogativi non banali primo fra tutti quello concernente la relazione tra l’aspetto del viaggio e la sua realtà.  
Se è normale che esista una differenza tra le nostre aspettative su un luogo e quello che può verificarsi una volta che lo abbiamo raggiunto, è altrettanto vero che in taluni casi non solo siamo meravigliati davanti a paesaggi e scenari che mai prima d’ora avevamo visto ma addirittura siamo pervasi da una eccitazione ed uno stupore straordinario tale da lasciarci come si dice “a bocca aperta”.
Esistono luoghi che suscitano in noi emozioni tali che si lasciano descrivere con un’unica parola in grado di condensare tutta l’energia e tutti gli aggettivi superlativi che ci potrebbero venire in mente.
Che si tratti di una spiaggia con acque turchesi, di una cattedrale di straordinario valore architettonico, di un tramonto su un cielo limpido, di una cascata che scende impetuosa da una gola oppure di una vetta alpina ricoperta di ghiacci, spesso le sensazioni che proviamo vengono descritte con lunghe verbalizzazioni.
Provate ora a salire una cima dolomitica, magari arrivandoci verso il calar del sole e seduti così su una roccia ammirate le pareti che vi stanno attorno e che lentamente iniziano ad assumere una serie di tonalità di colori che vanno dal caldo rosso fuoco fino ai colori più freddi poco prima che il sole abbandoni del tutto il giorno. A questo punto saremo sopraffatti dal fascino di quel paesaggio e da quella sensazione che va sotto il nome di senso del sublime.
Il Viandante sul mare di nebbia
Ecco il fascino del sublime, aggettivo che meglio di tutti descrive un paesaggio, un luogo, uno scenario di straordinario incanto che lascia attoniti, quasi uno stato di stordimento piacevole ovviamente e un senso di soggezione che può addirittura sfumare in un desiderio di adorazione.
Se esistono luoghi tali da provocare il senso del sublime questi sono proprio le Dolomiti, montagne uniche nel loro genere la cui bellezza e l’elevato valore paesaggistico le hanno permesso di entrare a buon diritto nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità.
Furono proprio i primi viaggiatori ed esploratori pionieri di queste terre, arrivati nell’ottocento, soprattutto inglesi e tedeschi, che descrivendo nei loro diari di viaggio le valli e le montagne che si elevavano davanti ai loro occhi, a far uso di questo aggettivo.
Fu infatti agli inizi dell’Ottocento che venne in auge una parola capace di qualificare in maniera puntuale ed esaustiva la reazione emotiva che si prova al cospetto di precipizi, ghiacciai, firmamenti notturni, deserti di pietra, cascate e torrenti impetuosi. Dinanzi a simili spettacoli, infatti, tutti saremmo stati probabilmente colti dal senso del sublime, e grazie a tale espressione ci saremmo potuti far comprendere quando in seguito avessimo riferito la nostra esperienza.
Il termine traeva origine da un trattato del II secolo d.C. intitolato Del sublime e attribuito all’autore greco Longino. Nessuno se ne occupò molto fino a quando, nel 1712, una ritraduzione in lingua inglese riaccese la scintilla dell’interesse dei critici che, a prescindere dalle differenze di approccio analitico, si trovarono stranamente d’accordo nel raggruppare all’interno della medesima categoria descrittiva una varietà di paesaggi altrimenti dissonanti e questo in virtù di elementi quali l’estensione, il senso di vuoto o di pericolo evocato e il particolare sentimento che suscitavano piacevolmente e moralmente buono al contempo. Il valore di un paesaggio non era dunque determinato più solo da criteri estetici formali (l’armonia cromatica o la proporzione geometrica) o da considerazioni di ordine pratico ed economico, bensì dalla capacità dei luoghi di indirizzare la mente verso il sublime. Negli anni viaggiatori, esploratori e poeti proprio in occasione dei loro viaggi in zone sconosciute annotavano nei loro diari quel sentimento provato alla vista di determinati elementi della natura. Ed è grazie a loro e a quella parola magica evocata che molti altri successivamente partirono alla ricerca di quel piacere sublime appunto (passaggio tratto dal libro “L’Arte di Viaggiare” di Alain de Botton) .
Il sublime di Vincenzo Rizzo
Eugenio Fasana - Dente del Gigante
Da allora viaggiatori, turisti, studiosi, fotografi, filosofi di ogni parte del globo hanno iniziato ad arrivare nelle terre dolomitiche alimentando quella che è oggi una fiorente industria turistica. Quel senso del sublime che in anni più recenti ha convinto gli organismi internazionali a dichiarare i Monti Pallidi sito Unesco.
La nuova sfida ora sarà quella di garantire nel tempo quel sublime fascino Dolomitico, resistendo agli attacchi e alla pressione turistica, e garantendo, nel contempo un elevata qualità di vita per la popolazione locale attraverso forme di tutela e valorizzazione dei territori montani.
Finché le Dolomiti eserciteranno il senso del sublime in noi ci saranno ancora viaggiatori, artisti, fotografi e appassionati che andranno in queste montagne alla ricerca di forme esperienziali che pochi altri luoghi sanno regalare.
Cascata in Val d'Aupa - Friuli

lunedì 18 dicembre 2017

La grotta segreta: Landre Scur nelle Dolomiti Friulane


Il Landre Scur (tradotto dal dialetto locale "grotta scura, buia") è forse la più famosa grotta della Valcellina, famosa ed altrettanto sconosciuta, vista solamente dai pochi possessori delle informazioni utili per trovare l'ingresso. Si trova all' interno del greto di un piccolo torrente di montagna, localizzato fra Casera Casavento e il Bosco del Pradut, in Val de Crode, sul versante settentrionale del massiccio del Monte Ressetùm a 1113 metri di quota. 
Siamo all'interno del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, entro i confini amministrativi del Comune di Claut.
Arrivarci non è per niente facile, o si sa dove andare o si rischia di vagare a vuoto tutto il giorno. L'esterno della grotta è caratterizzato da una gigantesca volta di roccia alta diverse decine di metri, aperta e spettacolare, all'estremità opposta si trova l'ingresso della Grotta del Landre Scur. L'imboccatura, cha va restringendosi verso l'interno, è un piccolo cunicolo lungo 40 metri, spesso invaso dall' acqua di fusione di primavera, che attraversato accucciandosi, porta alla prima grande cavità, caratterizzata da molta sabbia finissima. Dopodiché la grotta prosegue con una complessa rete di cunicoli, pozzi e camini all'interno del massiccio calcareo del Monte Ressetùm per circa 4 km, con andamento prevalentemente orizzontale ed è esperienza riservata agli speleologi.
Sveliamo ora le indicazioni per arrivare a questa meraviglia della natura...ma mi raccomando...non ditelo troppo in giro ;).

Scheda escursione di accesso alla grotta:
Località/Quota Arrivo:Landre Scur m.1113
Località/Quota Partenza: Parcheggio Lesis “Claut” m. 650
Dislivello in salita:m.650 circa
Cartografia: Tabacco 21
Sentieri CAI:982 960A  

P.S.il nuovo sentiero 982 da Pian de Crode è molto ben tracciato, fare attenzione ad effettuare il percorso ad anello come da mappa, un tratto del percorso dopo il Landre è molto ripido ed esposto ed è presente una corda di sicurezza, da evitare in caso di terreno bagnato o ghiacciato.


Mappa della zona




giovedì 9 novembre 2017

Le Ultime Valli: Dordolla, il borgo che rinasce

Se escludiamo poche località montane dove il turismo, l’economia e il benessere ha fatto dimenticare la povertà e la vita semplice dei borghi di montagna di un tempo passato, la maggior parte dei territori alpini vivono da anni il fenomeno dello spopolamento, soprattutto in quei territori marginali e lontani dalle aree metropolitane di pianura o comunque dove non esistono montagne di forte richiamo mediatico.
Località come Madonna di Campiglio, Cortina d’Ampezzo, Ortisei o Courmayer non sono di sicuro luoghi depressi anzi, assieme a regioni intere come il Trentino Alto-Adige e gran parte delle Dolomiti, richiamano milioni di turisti e l’indotto prodotto da questo tipo di industria è fonte di ricchezza anche per la popolazione locale.
Accanto a questi luoghi ci sono però tante zone marginali, spesso dimenticate, spesso abbandonate a loro stesse, dove le attività lavorative sono emigrate lentamente assieme alla loro gente verso le pianure limitrofe. L’abbandono ha portato con se inevitabili conseguenze, come la mancanza di investimenti dedicati ai servizi basilari, sanità, scuole, strade, manutenzioni, sicurezza del territorio.
Qualcosa per fortuna sta cambiando, grazie a piccole realtà che cercano di resistere all’abbandono e dove la parola d’ordine è Resilienza.
Nel cuore del Friuli, a ridosso della Carnia, sta facendo parlare di se il piccolo borgo di Dordolla, frazione del già piccolo comune di Moggio Udinese, al confine con la selvaggia Riserva Naturale della Val d’Aupa, istituita poco più di 10 anni fa.
Questa piccola comunità di poco più di 50 anime sta cercando un nuovo modello possibile di sviluppo, una esperienza quasi utopica tra decrescita e resilienza, arte e agricoltura sostenibile ed infine turismo lento e ispirazionale.
Sono questi gli ingredienti su cui alcuni virtuosi abitanti cercano di scommettere per garantire un futuro alla gente del posto e far si magari che si possa addirittura tentare la strada del ripopolamento e di un economia più forte.

martedì 29 agosto 2017

Guglie, Campanili, Torri; le star delle Dolomiti

E' innegabile che il fascino delle montagne calcaree più famose e belle del Mondo devono gran parte del loro successo alla particolare forma, la cui roccia, per le proprietà intrinseche di cui sono fatte e per azione degli agenti atmosferici di milioni di anni, ha subito trasformazioni tali da diventare autentiche cattedrali di pietra.
Ogni gruppo dolomitico presenta pertanto caratteristiche specifiche e di inconfondibile riconoscibilità; versanti scoscesi, pareti verticali, depositi detritici, creste affilate e soprattutto corpi rocciosi isolati che emergono dal contorno, generando torri slanciate verso il cielo che hanno da sempre catturato l'attenzione dei viaggiatori, degli esploratori e successivamente degli alpinisti più esigenti. Solitamente infatti queste vette sono solcate da vie di salita più impegnative rispetto alle vie normali che risalgono i crinali delle cime più importanti di ciascun singolo gruppo. Ne troviamo sparse in tutti i diversi comprensori delle Alpi Dolomitiche dal Brenta al Friuli Venezia Giulia, prendendo a seconda della zona una etichetta diversa: Campanili, Torri, Guglie...tutti appellativi che stanno ad indicare comunque che siamo in presenza di una formazione rocciosa unica e inconfondibile nel contesto alpino circostante.
Nel presente post sono ad elencarvene una ventina, una piccola parte delle tante realtà disseminate tra i Monti Pallidi ma certamente possono ritenersi tra le più rappresentative, sia per forma che per fama alpinistica tra quelle esistenti.
Nei successivi post vedremo di approfondire meglio la storia che ha caratterizzato la scoperta alpinistica di ciascuna di queste cime.

lunedì 7 agosto 2017

La Wilderness nelle Alpi Italiane


Era da molto tempo che desideravo scrivere questo post, in quanto relativo ad un argomento che mi ha da sempre affascinato, in particolare da quando nei primi anni '90 acquistai un libro di Stefano Ardito sulla Guida della aree selvagge italiane edito da Zanichelli.
L'Italia, lo sappiamo tutti, è una penisola per la gran parte montuosa e collinosa. La porzione di terra pianeggiante è per la gran parte della sua superficie urbanizzata e cementificata, mentre le cosidette terre alte hanno da tempo subito uno spopolamento pesante soprattutto nelle regioni del centro-sud del Paese. E' per questo motivo che sono proprio gli Appennini ad essere considerate montagne selvagge e molte zone risultano isolate e lontane dai veri centri abitati.
Questo invece non si percepisce a prima vista nelle montagne più imponenti quelle cioè dell'Arco Alpino, dove esistono centri di villeggiatura affermati anche a livello internazionale ed è presente una buona rete di strade e servizi a tal punto da essere considerate le montagne più sfruttate e popolate del Pianeta.
Anche se questo appellativo può risultare veritiero è altrettanto vero che esistono ancora molti luoghi poco sfruttati, oppure isolati e abbandonati negli anni o dove il turismo non si è mai veramente sviluppato. Nel versante meridionale e quindi italiano delle Alpi esistono in particolare molte vallate di questo tipo.
Un censimento delle aree wilderness fu condotto nel 1988 da due studiosi americani per l'associazione ambientalista statunitense Sierra Club, ma ci furono contrasti soprattutto sulla dimensione minima delle aree wilderness che per i due ricercatori è di 400.000 ettari (poco meno dell'area del Molise). In Italia, tuttavia, sono state classificate come aree wilderness anche zone di minori dimensioni. La ricerca è stata poi ripresa dal libro del giornalista Stefano Ardito con "Wilderness. Guida alle aree selvagge in Italia", Zanichelli 1992. Sicuramente queste informazioni devono necessariamente essere aggiornate in quanto l'erosione delle aree selvagge è continuata e si è ampliata. In questi anni anche in un bel libro di Marco Albino Ferrari, "Le Alpi Segrete", si parla appunto degli angoli ancora remoti e misteriosi della nostra catena montuosa. Ci sono poi anche due associazioni che in Italia richiamano a questo concetto: l'Associazione Italiana per la Wilderness (AIW) che studia e unisce tutti gli appassionati di questi luoghi affascinanti e Mountain Wilderness, associazione internazionale che si occupa della difesa dell'ecosistema montano e che ha fra i suoi fondatori il celebre alpinista Reinhold Messner. 
Per molti la Wilderness rappresenta nell'immaginario una terra da sogno, dove la natura è padrona incontrastata e dove l'uomo è semplicemente un ospite temporaneo. In un epoca dove tutto è costruito, artificiale e/o controllato, sapere che esistono luoghi dove tutto questo non esiste è fonte di attrazione e ideale meta per chi è in cerca di un turismo lento, esplorativo ed ecologico.
Ma vediamo ora quali luoghi sono considerati a buon diritto i luoghi Wilderness delle nostre Alpi; qui di seguito ne descriverò i 10 più rappresentativi, sulla base delle informazioni ricavate da libri, guide e ricerche bibliografiche; in realtà molte altre selvagge aree e vallate minori sono presenti nelle nostre montagne e l'inselvatichimento è in crescita in questi ultimi anni.
Mappa delle aree Wilderness nelle Alpi Italiane

lunedì 1 maggio 2017

Il fenomeno delle Vie Ferrate, tra favorevoli e contrari.



Sta per iniziare un'altra stagione estiva in montagna, cioè quel periodo dell’anno che per definizione risulta il più adatto per progettare escursioni, trekking, arrampicate oppure percorrere le tanto gettonate vie ferrate; quegli itinerari spesso in alta quota e su zone rocciose impervie che solo la bella e calda stagione permette di affrontare.

Quella delle vie ferrate è senza dubbio l’attività outdoor più alla moda ed in continua espansione di questi ultimi anni, sia per il crescente numero di appassionati frequentatori sia per il continuo proliferare di questi impianti in tutto l’arco alpino.

Ma le vie ferrate non sono una realtà solamente degli ultimi anni, anzi queste costruzioni vedono le loro prime apparizioni già a fine ottocento in alcuni rilievi di Oltralpe soprattutto in Austria e Germania, dove le funi metalliche venivano installate per agevolare la salita di alcune importanti montagne e belvedere.

In Italia le prime realizzazioni videro la luce nei primi del novecento in Dolomiti, prima fra tutte la Via Ferrata alla Cresta Ovest della Marmolada e poi nel gruppo del Sella con la costruzione della Ferrata alle Mesules. Si trattavano inizialmente di attrezzare con funi e pioli le vie dei primi salitori verso le cima delle più importanti montagne Dolomitiche, oppure per agevolare alcuni passaggi pericolosi lungo i sentieri alpinistici, vie che ancora oggi esistono e che rientrano tra le vie ferrate storiche classiche. Ben presto però, visto il notevole successo che riscontravano, grazie al fatto che facilitavano non poco la salita di pareti rocciose, iniziarono le costruzioni di molte altre vie, dalla celeberrima via delle Bocchette nel gruppo del Brenta alle famose vie di salita, che in molti casi ricalcavano i vecchi percorsi realizzati durante la Grande Guerra dalle truppe alpine (Strada degli Alpini, Monte Paterno, Ivano Dibona, etc). Più avanti nel tempo, e siamo agli anni 60 e 70, in pieno boom si iniziarono a costruire gran parte delle ferrate che oggi conosciamo, tra le più belle ma anche difficili di tutte le Dolomiti (come la Alleghesi, la Bolver-Lugli e/o la Costantini). La filosofia però cambia e si iniziano a prediligere percorsi più impegnativi e acrobatici lungo vie nuove, alternative, spesso dal sapore atletico-sportivo. Oggi questa tendenza continua non solo in Dolomiti ovviamente ma in tutto l’arco alpino, dalle numerose vie ferrate attorno al lago di Garda o nelle Prealpi Venete e Lombarde alle sportive ferrate Francesi e Austriache. In Italia ormai si contano almeno 500 ferrate di tutte le difficoltà e ben 150 si trovano nella sola area Dolomitica che pertanto viene considerata a buon diritto come l’eldorado per questa specifica pratica alpinistica.

mercoledì 5 aprile 2017

Camere con vista



Tutti noi frequentatori di luoghi montani abbiamo avuto l'occasione di arrivare, come meta finale di una escursione o come semplice punto di sosta, in una struttura sia essa un rifugio vero e proprio, una baita, un bivacco, un rudere.
E sicuramente tutti abbiamo provato un piacere particolare nel volgere lo sguardo sul paesaggio che ci circonda attraverso una finestra all'interno di una stanza durante una sosta ristoratrice.
Chi non ha resistito a scattare una foto proprio attraverso quella finestra? Il risultato che ne può uscire, a prescindere dalla fotocamera usata è di sicuro effetto....rende ancora più magica la presenza in tale luogo.
Ecco allora che sono a proporvi di raccontare attraverso immagini scattate appunto da una finestra il vostro luogo del cuore, un paesaggio, uno scorcio reso ancora più magico attraverso uno sguardo inconsueto e apparentemente defilato.
Camera con vista ho voluto chiamare questo mio post....spero che possiate partecipare anche voi inserendo nei commenti una vostra foto scattata da una finestra che guarda un punto particolare del paesaggio.
Grazie!!