giovedì 9 novembre 2017

Le Ultime Valli: Dordolla, il borgo che rinasce

Se escludiamo poche località montane dove il turismo, l’economia e il benessere ha fatto dimenticare la povertà e la vita semplice dei borghi di montagna di un tempo passato, la maggior parte dei territori alpini vivono da anni il fenomeno dello spopolamento, soprattutto in quei territori marginali e lontani dalle aree metropolitane di pianura o comunque dove non esistono montagne di forte richiamo mediatico.
Località come Madonna di Campiglio, Cortina d’Ampezzo, Ortisei o Courmayer non sono di sicuro luoghi depressi anzi, assieme a regioni intere come il Trentino Alto-Adige e gran parte delle Dolomiti, richiamano milioni di turisti e l’indotto prodotto da questo tipo di industria è fonte di ricchezza anche per la popolazione locale.
Accanto a questi luoghi ci sono però tante zone marginali, spesso dimenticate, spesso abbandonate a loro stesse, dove le attività lavorative sono emigrate lentamente assieme alla loro gente verso le pianure limitrofe. L’abbandono ha portato con se inevitabili conseguenze, come la mancanza di investimenti dedicati ai servizi basilari, sanità, scuole, strade, manutenzioni, sicurezza del territorio.
Qualcosa per fortuna sta cambiando, grazie a piccole realtà che cercano di resistere all’abbandono e dove la parola d’ordine è Resilienza.
Nel cuore del Friuli, a ridosso della Carnia, sta facendo parlare di se il piccolo borgo di Dordolla, frazione del già piccolo comune di Moggio Udinese, al confine con la selvaggia Riserva Naturale della Val d’Aupa, istituita poco più di 10 anni fa.
Questa piccola comunità di poco più di 50 anime sta cercando un nuovo modello possibile di sviluppo, una esperienza quasi utopica tra decrescita e resilienza, arte e agricoltura sostenibile ed infine turismo lento e ispirazionale.
Sono questi gli ingredienti su cui alcuni virtuosi abitanti cercano di scommettere per garantire un futuro alla gente del posto e far si magari che si possa addirittura tentare la strada del ripopolamento e di un economia più forte.

martedì 29 agosto 2017

Guglie, Campanili, Torri; le star delle Dolomiti

E' innegabile che il fascino delle montagne calcaree più famose e belle del Mondo devono gran parte del loro successo alla particolare forma, la cui roccia, per le proprietà intrinseche di cui sono fatte e per azione degli agenti atmosferici di milioni di anni, ha subito trasformazioni tali da diventare autentiche cattedrali di pietra.
Ogni gruppo dolomitico presenta pertanto caratteristiche specifiche e di inconfondibile riconoscibilità; versanti scoscesi, pareti verticali, depositi detritici, creste affilate e soprattutto corpi rocciosi isolati che emergono dal contorno, generando torri slanciate verso il cielo che hanno da sempre catturato l'attenzione dei viaggiatori, degli esploratori e successivamente degli alpinisti più esigenti. Solitamente infatti queste vette sono solcate da vie di salita più impegnative rispetto alle vie normali che risalgono i crinali delle cime più importanti di ciascun singolo gruppo. Ne troviamo sparse in tutti i diversi comprensori delle Alpi Dolomitiche dal Brenta al Friuli Venezia Giulia, prendendo a seconda della zona una etichetta diversa: Campanili, Torri, Guglie...tutti appellativi che stanno ad indicare comunque che siamo in presenza di una formazione rocciosa unica e inconfondibile nel contesto alpino circostante.
Nel presente post sono ad elencarvene una ventina, una piccola parte delle tante realtà disseminate tra i Monti Pallidi ma certamente possono ritenersi tra le più rappresentative, sia per forma che per fama alpinistica tra quelle esistenti.
Nei successivi post vedremo di approfondire meglio la storia che ha caratterizzato la scoperta alpinistica di ciascuna di queste cime.

lunedì 7 agosto 2017

La Wilderness nelle Alpi Italiane


Era da molto tempo che desideravo scrivere questo post, in quanto relativo ad un argomento che mi ha da sempre affascinato, in particolare da quando nei primi anni '90 acquistai un libro di Stefano Ardito sulla Guida della aree selvagge italiane edito da Zanichelli.
L'Italia, lo sappiamo tutti, è una penisola per la gran parte montuosa e collinosa. La porzione di terra pianeggiante è per la gran parte della sua superficie urbanizzata e cementificata, mentre le cosidette terre alte hanno da tempo subito uno spopolamento pesante soprattutto nelle regioni del centro-sud del Paese. E' per questo motivo che sono proprio gli Appennini ad essere considerate montagne selvagge e molte zone risultano isolate e lontane dai veri centri abitati.
Questo invece non si percepisce a prima vista nelle montagne più imponenti quelle cioè dell'Arco Alpino, dove esistono centri di villeggiatura affermati anche a livello internazionale ed è presente una buona rete di strade e servizi a tal punto da essere considerate le montagne più sfruttate e popolate del Pianeta.
Anche se questo appellativo può risultare veritiero è altrettanto vero che esistono ancora molti luoghi poco sfruttati, oppure isolati e abbandonati negli anni o dove il turismo non si è mai veramente sviluppato. Nel versante meridionale e quindi italiano delle Alpi esistono in particolare molte vallate di questo tipo.
Un censimento delle aree wilderness fu condotto nel 1988 da due studiosi americani per l'associazione ambientalista statunitense Sierra Club, ma ci furono contrasti soprattutto sulla dimensione minima delle aree wilderness che per i due ricercatori è di 400.000 ettari (poco meno dell'area del Molise). In Italia, tuttavia, sono state classificate come aree wilderness anche zone di minori dimensioni. La ricerca è stata poi ripresa dal libro del giornalista Stefano Ardito con "Wilderness. Guida alle aree selvagge in Italia", Zanichelli 1992. Sicuramente queste informazioni devono necessariamente essere aggiornate in quanto l'erosione delle aree selvagge è continuata e si è ampliata. In questi anni anche in un bel libro di Marco Albino Ferrari, "Le Alpi Segrete", si parla appunto degli angoli ancora remoti e misteriosi della nostra catena montuosa. Ci sono poi anche due associazioni che in Italia richiamano a questo concetto: l'Associazione Italiana per la Wilderness (AIW) che studia e unisce tutti gli appassionati di questi luoghi affascinanti e Mountain Wilderness, associazione internazionale che si occupa della difesa dell'ecosistema montano e che ha fra i suoi fondatori il celebre alpinista Reinhold Messner. 
Per molti la Wilderness rappresenta nell'immaginario una terra da sogno, dove la natura è padrona incontrastata e dove l'uomo è semplicemente un ospite temporaneo. In un epoca dove tutto è costruito, artificiale e/o controllato, sapere che esistono luoghi dove tutto questo non esiste è fonte di attrazione e ideale meta per chi è in cerca di un turismo lento, esplorativo ed ecologico.
Ma vediamo ora quali luoghi sono considerati a buon diritto i luoghi Wilderness delle nostre Alpi; qui di seguito ne descriverò i 10 più rappresentativi, sulla base delle informazioni ricavate da libri, guide e ricerche bibliografiche; in realtà molte altre selvagge aree e vallate minori sono presenti nelle nostre montagne e l'inselvatichimento è in crescita in questi ultimi anni.
Mappa delle aree Wilderness nelle Alpi Italiane

lunedì 1 maggio 2017

Il fenomeno delle Vie Ferrate, tra favorevoli e contrari.



Sta per iniziare un'altra stagione estiva in montagna, cioè quel periodo dell’anno che per definizione risulta il più adatto per progettare escursioni, trekking, arrampicate oppure percorrere le tanto gettonate vie ferrate; quegli itinerari spesso in alta quota e su zone rocciose impervie che solo la bella e calda stagione permette di affrontare.

Quella delle vie ferrate è senza dubbio l’attività outdoor più alla moda ed in continua espansione di questi ultimi anni, sia per il crescente numero di appassionati frequentatori sia per il continuo proliferare di questi impianti in tutto l’arco alpino.

Ma le vie ferrate non sono una realtà solamente degli ultimi anni, anzi queste costruzioni vedono le loro prime apparizioni già a fine ottocento in alcuni rilievi di Oltralpe soprattutto in Austria e Germania, dove le funi metalliche venivano installate per agevolare la salita di alcune importanti montagne e belvedere.

In Italia le prime realizzazioni videro la luce nei primi del novecento in Dolomiti, prima fra tutte la Via Ferrata alla Cresta Ovest della Marmolada e poi nel gruppo del Sella con la costruzione della Ferrata alle Mesules. Si trattavano inizialmente di attrezzare con funi e pioli le vie dei primi salitori verso le cima delle più importanti montagne Dolomitiche, oppure per agevolare alcuni passaggi pericolosi lungo i sentieri alpinistici, vie che ancora oggi esistono e che rientrano tra le vie ferrate storiche classiche. Ben presto però, visto il notevole successo che riscontravano, grazie al fatto che facilitavano non poco la salita di pareti rocciose, iniziarono le costruzioni di molte altre vie, dalla celeberrima via delle Bocchette nel gruppo del Brenta alle famose vie di salita, che in molti casi ricalcavano i vecchi percorsi realizzati durante la Grande Guerra dalle truppe alpine (Strada degli Alpini, Monte Paterno, Ivano Dibona, etc). Più avanti nel tempo, e siamo agli anni 60 e 70, in pieno boom si iniziarono a costruire gran parte delle ferrate che oggi conosciamo, tra le più belle ma anche difficili di tutte le Dolomiti (come la Alleghesi, la Bolver-Lugli e/o la Costantini). La filosofia però cambia e si iniziano a prediligere percorsi più impegnativi e acrobatici lungo vie nuove, alternative, spesso dal sapore atletico-sportivo. Oggi questa tendenza continua non solo in Dolomiti ovviamente ma in tutto l’arco alpino, dalle numerose vie ferrate attorno al lago di Garda o nelle Prealpi Venete e Lombarde alle sportive ferrate Francesi e Austriache. In Italia ormai si contano almeno 500 ferrate di tutte le difficoltà e ben 150 si trovano nella sola area Dolomitica che pertanto viene considerata a buon diritto come l’eldorado per questa specifica pratica alpinistica.

mercoledì 5 aprile 2017

Camere con vista



Tutti noi frequentatori di luoghi montani abbiamo avuto l'occasione di arrivare, come meta finale di una escursione o come semplice punto di sosta, in una struttura sia essa un rifugio vero e proprio, una baita, un bivacco, un rudere.
E sicuramente tutti abbiamo provato un piacere particolare nel volgere lo sguardo sul paesaggio che ci circonda attraverso una finestra all'interno di una stanza durante una sosta ristoratrice.
Chi non ha resistito a scattare una foto proprio attraverso quella finestra? Il risultato che ne può uscire, a prescindere dalla fotocamera usata è di sicuro effetto....rende ancora più magica la presenza in tale luogo.
Ecco allora che sono a proporvi di raccontare attraverso immagini scattate appunto da una finestra il vostro luogo del cuore, un paesaggio, uno scorcio reso ancora più magico attraverso uno sguardo inconsueto e apparentemente defilato.
Camera con vista ho voluto chiamare questo mio post....spero che possiate partecipare anche voi inserendo nei commenti una vostra foto scattata da una finestra che guarda un punto particolare del paesaggio.
Grazie!!

mercoledì 29 marzo 2017

Arte: "Il viandante sul mare di nebbia"

Il viandante sul mare di nebbia

di Caspar David Friedrich:
la solitudine e la natura sublime

A partire dall'Ottocento molti intellettuali, ricercatori e scienziati soprattutto Inglesi e Tedeschi venivano letteralmente rapiti dai paesaggi alpini soprattutto nel nostro versante meridionale. 
In quell'epoca i viaggi erano pionieristici e molti esploratori descrivevano attraverso diari di viaggio oppure dipinti lo stupore alla vista di queste meravigliose e ancora selvagge montagne.
Ecco che in quell'epoca la solitudine espressa dalla natura, la meraviglia, l'orrido e al tempo stesso i sentimenti romantici associati avevano la meglio....era l'epoca del sublime in un periodo dove si era alla ricerca di nuove emozioni associate al paesaggio. Quale arte espressiva era più indicata se non quella del dipinto ad olio che riproduceva (in epoche dove non c'erano fotocamere e quant'altro) quanto veniva visto e/o percepito?
Tra tutti i dipinti ce n'è uno che più di tutti ha rappresentato questo periodo...e ancora oggi molti lo ricordano riportandolo alla luce in molte pubblicazioni di montagna:

Il viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer, olio su tela, 95 cm x 75 cm) è forse il quadro romantico per eccellenza. Realizzato da Caspar David Friedrich nel 1818, è ora custodito all’Hamburger Kunsthalle di Amburgo.
"Il protagonista di questo celebre dipinto è un viaggiatore solitario che, ritratto di spalle ed esattamente al centro del quadro, ammira un panorama mozzafiato sull’orlo di un precipizio roccioso. Il titolo rende molto bene l’idea del suggestivo panorama che si presenta davanti agli occhi del viandante: la nebbia inghiotte le montagne proprio come fosse un mare, facendo sì che la linea dell’orizzonte e quella del cielo si mescolino fra loro. Il vento che scompiglia i capelli dell’uomo e il cappotto verde scuro che indossa danno allo spettatore l’idea di una giornata invernale dal freddo pungente. Oltre al vento, le nuvole e la nebbia danno un profondo senso di movimento, come se quel “mare di nebbia” fosse in continua agitazione. I colori poi sono di grande effetto e creano un forte stacco tra l’uomo, caratterizzato da tinte scure, e lo sfondo, caratterizzato invece da tinte chiare.
L’opera è di grande impatto perché, pur non vedendo il viandante negli occhi e ignorando completamente i lineamenti del suo viso, possiamo facilmente immaginare la meraviglia e il tormento causati da uno spettacolo tanto particolare. Possiamo immaginare per esempio i tratti del suo volto crucciato; possiamo costruire nella nostra mente la storia di un personaggio romantico che, vagando per le montagne con il suo bastone, si ferma qualche istante per contemplare la forza sublime della natura; possiamo perderci con lui sulle cime dei monti, in quell’orizzonte inghiottito dalle nuvole bianche e dalla nebbia. Pur non conoscendo mai davvero il viandante, condividiamo le sue emozioni, il suo stupore, il suo senso di impotenza di fronte a un tale spettacolo. Si tratta di emozioni tipiche dell’essere umano che vengono analizzate in più e più opere nel periodo romantico: forse il volto dell’uomo è nascosto proprio perché rappresenta l’umanità intera, spettatore compreso, che è spinto così a immedesimarsi nel viaggiatore e a condividere non solo il suo punto di vista, ma anche la sua inquietudine.
Il sentimento che Friedrich vuole mettere su tela attraverso quest’opera è il sublime, tema molto caro agli artisti romantici, tanto pittori quanto letterati: si tratta di una sensazione fatta di meraviglia, sorpresa, attrazione, ma anche di sgomento, paura, preoccupazione. È una forza che attrae il viandante verso l’infinito mare di nebbia, ma che al tempo stesso lo turba, lo rende impotente. La natura prevale dunque sull’uomo – spesso rappresentato come una piccola figura nera nei dipinti di Friedrich – e il viaggiatore non può fare altro che ammirarla in silenzio, inerme. Il pittore dipinge quindi non soltanto semplici paesaggi, ma stati d’animo, emozioni umane.
Il quadro può essere inoltre interpretato come esaltazione della solitudine e dell’individuo: nessuno disturba la quiete del dipinto, popolato soltanto dal protagonista che, solo, ammira il mare di nebbia, estraniato dal mondo, come fosse l’unico ad abitarla. La natura, come per la maggior parte degli artisti romantici, è la protagonista silenziosa di questo dipinto, in grado di rapire l’uomo e di condurlo a un momento di contemplazione e spiritualità.
L’opera rispecchia molto bene lo stile di Friedrich e più in generale la corrente romantica: simile a dipinti come Il mare di ghiaccio, è al tempo stesso è unica nel suo genere per la sua grande efficacia nel trasmettere emozioni contrastanti attraverso la “semplice” rappresentazione di un paesaggio e di un uomo che lo osserva. Il dipinto non per nulla è uno dei più emblematici del romanticismo e si presta a infinite interpretazioni, spaziando dalla filosofia alla religione. Probabilmente non sapremo mai quale messaggio si cela dietro a Il viandante sul mare di nebbia, ma di certo si tratta di un quadro che conquisterà ancora generazioni e generazioni."  (recensione di Dalila Forni).

«Chiudi il tuo occhio fisico, al fine di vedere il tuo quadro con l’occhio dello spirito. Poi dai alla luce ciò che hai visto durante la notte, affinché la tua visione agisca su altri esseri dall’esterno verso l’interno» 
Caspar David Friedrich

mercoledì 1 marzo 2017

MARMOLADA: una montagna simbolo, una montagna contesa

(Ph. Paolo Maccagnan)
Le Dolomiti lo sappiamo sono montagne conosciute da tutti, ammirate, documentate, fotografate, frequentate. Molte cime sono spesso citate in imprese alpinistiche oppure usate come icone anche per operazioni di marketing. Ma se c'è una cima che tra queste è senza dubbio la più conosciuta e studiata è certamente la Marmolada. Detta anche Regina delle Dolomiti forse per il fatto che si trova esattamente al centro della catena Dolomitica e ne rappresenta la massima elevazione.
Non è una montagna come le altre che gli stanno attorno, come il Sassolungo con le sue guglie affilate e slanciate, il Sella possente e compatto, il Catinaccio con i suoi labirinti di roccia, il Latemar con le frastagliate cime e ancora altre note che si ergono isolate tra le valli come il Pelmo, il Civetta, le Tofane. La montagna o meglio il gruppo montuoso si erge compatto ed articolato, facendo da spartiacque tra il Veneto e il Trentino-AltoAdige. Dalla sommità di qualsiasi cima dolomitica lo si riconosce soprattutto per la calotta bianca che ricopre la parte terminale centrale che termina appunto con la cima più elevata del gruppo, Punta Penia a 3343m.